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Le banche e le regole di Basilea tre

Le grandi banche e le loro spericolate – se non disoneste – pratiche operative sono state uno dei punti nodali della crisi economica e finanziaria in atto, almeno nel mondo occidentale, da qualche anno e ancora purtroppo  in corso.

Altrettanto noto è anche il fatto che, di fronte all’attesa da parte di un’opinione pubblica in larga parte inviperita di un intervento drastico da parte degli stati per mettere sotto controllo una situazione  decisamente inaccettabile, in realtà i politici di pressoché tutti i paesi interessati e anche i vari organismi di supervisione del settore finanziario, più o meno autonomi dai pubblici poteri, si sono mossi a tutt’oggi in maniera molto contenuta e in ogni caso largamente insoddisfacente.

Hanno posto nel tempo grandi ostacoli ad un intervento pubblico adeguato nel settore diversi fattori, quali la potenza di “persuasione” manifestata in varie forme dal sistema finanziario verso il mondo politico e verso gli organismi di regolazione, la scarsa volontà di intervento in materia degli stessi politici, tra l’altro  pervasi, a destra come a sinistra,  dall’ideologia neoliberista, nonché la stessa complessità della materia, altre preoccupazioni economiche e politiche impellenti, manifestatesi  nel frattempo nel mondo occidentale, come la crisi dell’euro e del sistema di costruzione europea, i conflitti democratici-repubblicani negli Stati Uniti che potrebbero presto rivelarsi devastanti per il paese e per il mondo, una sfida infine sempre più concreta e ravvicinata da parte della Cina e, più in generale, dei paesi del Bric all’egemonia sia economica, che anche tecnologica, politica, militare, occidentale. Incidentalmente, a tale sfida, culminata il 15 aprile  con una dichiarazione congiunta degli stessi paesi citati, nella quale si afferma la loro volontà di prendere in mano la guida dello sviluppo dell’intera umanità, i paesi già sviluppati non sanno cosa rispondere.

Nel frattempo, la fiammella della speranza che qualcosa cambi veramente nel sistema finanziario continua peraltro ad essere alimentata da quelli che perseverano nel sostenere  la necessità di un intervento deciso su vari fronti  ed in effetti  molti studiosi e operatori pubblici e privati di vari paesi possono essere annoverati in tali file.Di fronte alla persistente necessità di intervenire ad ampio raggio  per rimettere in ordine un sistema andato fuori controllo e i cui impulsi spontanei fanno  pensare che una nuova crisi potrebbe altrimenti scoppiare presto su una delle  tanti aree  lasciate al momento scoperte, il dibattito non si è in effetti  spento e negli ultimi mesi si è concentrato, tra gli uomini e le istituzioni per cosi dire di buona volontà, in particolare su due nodi importanti, peraltro tra di loro interconnessi, quello del livello di capitale delle banche e quello della regolamentazione delle istituzioni  finanziarie cosiddette “too big to fail”, troppo grandi cioè per essere lasciate tranquillamente fallire dai governi.

Come è noto, su ambedue le questioni sono intervenute e in parte dovranno ancora intervenire, tra l’altro, le regole internazionali cosiddette di Basilea III. E’ stato così già fissato un nuovo livello di mezzi propri secondo regole generali che dovrebbero essere valide per tutte le banche e per tutti i paesi e  nei prossimi mesi dovrebbero  anche essere anche messe a punto delle norme per  livelli di capitale specifici e più stringenti in materia per quanto riguarda  le più grandi istituzioni finanziarie, quelle almeno che presentano  un rilevante rischio sistemico. Va, ad onor del vero,  ricordato che comunque le nuove regole dovrebbero entrare pienamente in funzione solo a partire dal 2019, in tempo certamente per farci assistere ad almeno una nuova crisi importante, che probabilmente mostrerà tutte le inadeguatezze della nuova regolamentazione al momento prevista.

Le regole di Basilea III sostituiranno nel tempo quelle precedenti (Basilea II) che si erano manifestate chiaramente a suo tempo come del tutto inadeguate, persino ridicole, di fronte ai dati della crisi. Esse imporranno a tutte le banche di portare i mezzi propri al 7-9,5% -secondo i casi- delle loro attività ponderate per il rischio.  Ma anche tali livelli risultano a molti operatori e studiosi –nonostante le forti proteste in senso contrario delle stesse banche- come del tutto inadeguati rispetto alle necessità. Così, c’è chi ricorda come il rapporto tra mezzi propri ed attività fosse pari nel 1980 al 24% in media negli Stati Uniti  e come esso si aggirasse comunque intorno al 16% in Gran Bretagna nello stesso anno, mente poi gli indici erano precipitati a livelli molto bassi nei decenni successivi, sino a toccare anche il 2-3% nel caso di alcune grandi banche statunitensi.

Tra gli altri, un molto autorevole esperto britannico, David Miles, ha così suggerito di recente, con ragionamenti difficilmente obiettabili, che il rapporto mezzi propri/ attività venga invece portato ad un livello che si dovrebbe collocare  tra il 16% e il 20% delle attività e tale posizione è stata subito sostenuta da molti altri studiosi ed operatori, acquistando di settimana in settimana sempre maggiori consensi ed autorevolezza. Seguendo il suggerimento dell’autore, ci collocheremmo ad un livello circa doppio di quello di Basilea III. Del resto, in un paese come la Svizzera, che di banche certamente se ne intende, i livelli del capitale sono già stati fissati a livelli, grosso modo, simili a quelli suggeriti da Miles. Di fronte a questo quadro, quale è la posizione del sistema  bancario del nostro paese? C’è intanto da ricordare come in passato, già a fronte all’annuncio delle pur blandissime regole di Basilea II, si era levata in Italia  una canea di voci, da parte delle stesse banche, nonché delle imprese piccole e grandi e di molti media, che paventavano una catastrofe economica incombente.  Ora, di fronte alle nuove norme  di Basilea III, il coro sembra invece rassegnato all’ineluttabile, ma comunque esso appariva restio, sino a poco tempo fa,  a darsi da fare con sollecitudine per adeguarsi.

Ma, a tale proposito, è da rilevare come il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, sia di recente intervenuto  richiamando  all’ordine le banche nazionali, ricordando loro come sia sommamente  opportuno adeguare i livelli di capitale alle nuove realtà subito, senza aspettare il 2019, a fronte peraltro anche degli stress test che dovrebbero essere varati tra poco a livello europeo per quanto riguarda almeno le istituzioni finanziarie più importanti. Ora, secondo le stime del comitato di Basilea, le banche italiane, per rispettare le nuove regole, dovrebbero aumentare i propri mezzi propri di circa 40 miliardi di euro, certamente una cifra molto rilevante. Ovviamente se si seguissero i criteri di Miles, molto più rigorosi, le cifre da prevedere sarebbero molto più rilevanti e tali forse da spaventare. Facendo una stima molto grossolana,  non dovremmo essere lontani dai 150-200 miliardi di euro. Per il momento, hanno comunque risposto all’appello del governatore e di Basilea soprattutto alcune grandi banche, con incrementi di capitale annunciati per un totale di 10,5 miliardi di euro, di cui 5,0 da parte della sola Intesa San Paolo, mentre l’altra grande banca italiana, l’Unicredit, per il momento apparentemente fa le orecchie da mercante, affermando che i suoi livelli di mezzi propri sono adeguati alle necessità.

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