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Finanza etica per affrontare la crisi

Le idee e le sensibilità della finanza etica possono aiutarci per affrontare questa crisi finanziaria, ormai assai pronunciata ? Banca popolare Etica scrl è un format che possa essere preso come esempio per costruire nuove modalità per condurre l’intermediazione finanziaria ?

Moises Naim su Repubblica di domenica scorsa ci sintetizza efficacemente le strade per affrontare la crisi di solvibilità degli emittenti sovrani. Il problema principe che abbiamo adesso è che lo Stato ha troppi debiti e sono cresciuti e crescono ancora i dubbi che li possa ripagare. Nonostante qualcuno, per ragioni assai varie, in buona o in cattiva fede, continui a pensare che questo sia un piccolo problema, in effetti sarebbe bene convincersi che si tratta di un problema non piccolo e non semplice. Le strade per affrontare il problema sono solo le seguenti:

1) crescita del Pil:
se le dimensioni dell’economia salgono di un gradino e il debito rimane al gradino precedente, gli spazi di rientro possono migliorare.

2) smettere di pagare chi ha comprato i titoli del debito pubblico (default)

3) tagliare le spese in capo al bilancio pubblico (austerity)

4) creare un meccanismo inflattivo che abbatta il valore reale del debito pubblico, e in questo modo applicare agli investitori che detengono i titoli pubblici una “imposizione patrimoniale”, nei fatti più che sul lato formale

5) obbligare qualcuno a tenersi contro voglia i titoli del debito pubblico.

La strada 1) non è percorribile. Da qualcuno non è neppure desiderata, ma comunque adesso è un sogno anche per chi lo desidera. Le altre 4 rimangono invece percorribili. La seconda espone ad una gran brutta figura, rispetto alle altre 3 che sono più “eleganti”, almeno nei riguardi di una parte dell’opinione pubblica, e quindi è considerata proprio l’ultima spiaggia.

In pratica occorre tentare usare le strade 3), 4) e 5). Il mix è a piacere del governo. Con quali criteri fare questo mix ? Salvaguardando equità e abbassando l’impulso verso l’allargamento del numero di poveri, e il peggioramento della loro situazione. Il conto va pagato. Su questo purtroppo non abbiamo scampo. Discutiamo di chi lo deve pagare, ma qualcuno lo sta già pagando.

Il mercato finanziario è globalizzato. Questo vuol dire che l’investitore (adesso) compra quello che vuole. Se i titoli italiani sono troppo rischiosi, allora l’investitore (anche italiano) li vende e dirotta i suoi capitali in un altro contesto. Tutti gli investitori. Quelli piccoli e quelli grandi. Gli investitori istituzionali. Le banche. La globalizzazione fornisce questa estrema flessibilità ai capitali, ma non certo nella stessa misura a chi lavora e a chi produce redditi diversi da quelli di capitale.

La strada 3) è quella di impronta liberista. Tagliando la spesa pubblica questi sperano di riavviare alla svelta lo sviluppo, con sofferenza sociale accentuata nel breve. La strada 4) concentra lo sforzo sul reddito fisso e sui patrimoni in maniera regressiva (meno hai e più paghi). La strada 5) mi sembra meno peggio delle altre.

Non possiamo usare il carattere globalizzato del mercato finanziario per chiamarci fuori dal rischio Italia. Dobbiamo creare meccanismi di deglobalizzazione del sistema finanziario, in modo da supportare il momento di criticità. Gli strumenti di questo tipo sono stati fortemente usati anche dai governi italiani del dopoguerra. Con successo apprezzabile. La globalizzazione della finanzia supporta lo sviluppo, quando c’è, ma supporta anche la dinamica negativa, allontanando i capitali interni.

Le sensibilità della finanza etica possono sostenere schemi di lavoro finanziario realmente interessati e contributivi rispetto all’attività produttiva e ai meccanismi di creazione di ricchezza reale. Possono sostenere progetti collettivi importanti per la coesione sociale, che diventano più che importanti in tali fasi. Possono sottolineare una volta ancora che l’attività bancaria si giudica sulle conseguenze indotta sulla vita delle persone, non sulle mere conseguenze misurate dal parametro “profitto”. La tassazione aggiuntiva che potrebbe gravare sull’attività finanziaria non coerente con le cose appena enunciate (schema Tobin Tax) potrebbe sostenere una soluzione di ribilanciamento della finanza pubblica assai meno controproducente rispetto ad altri.

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L’ICE non c’è più, ma ABI e Confindustria son vive e vegete

Il decreto sviluppo ha “chiuso” l’ICE. Che ora, dunque, non svolge più le proprie funzioni di promozione dell’imprenditoria italiana all’estero.

Come anticipato da Occhio all’ABI, l’ICE è sostituito ora da una quanto mai evanescente “cabina di regia”, di cui fanno parte ABI, Confindustria e Unioncamere, oltre ai ministeri Economia, Esteri e Sviluppo economico. Non si sa cosa faranno. Ma quel poco – e sarà pochissimo – è evidente che non sarà nell’interesse delle piccole imprese. A partire dalle prime missioni in agenda, come quella in India.

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Oh! mio Bio …

Stasera a Torino il biologico compie 20 anni. Lo fa dopo che Mercoledì  alle 10 ha tenuto un presidio a Torino in Via Alfieri 15 davanti al Consiglio Regionale per invocare il “Principio di Precauzione” affinchè la Regione Piemonte prenda la decisione di vietare l’impiego dei neonicotinoidi, killer delle api, e si faccia promotrice presso i Ministeri competenti affinchè tale divieto sia esteso a tutto il territorio italiano.
Festeggia con una cena che è un segnale di vitalità, nella regione dove Aiab si sta ricostruendo dal basso.

Con 9 milioni di ettari, oltre 200.000 operatori certificati il biologico vale 20 miliardi di euro in Europa e più di 3 nella sola Italia.

20 anni! Tanti ne festeggia il biologico europeo. Sono infatti passati ben 20 anni dal 22 luglio 1991, quando venne pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Regolamento CEE 2092/91 Regolamento (CEE) n. 2092/91 del Consiglio, del 24 giugno 1991, relativo al metodo di produzione biologicodi prodotti agricoli e alla indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari che, primo al mondo, disciplinava il biologico: descriveva il metodo, dava le regole per l’etichettatura dei prodotti e le modalità di certificazionea garanzia di tutto il sistema. Assolutamente pioniere di tutti gli schemi di qualità che successivamente l’Unione Europea avrebbe redatto. Siamo ancora l’unico Regolamento che rispetto ad una attività economica classica, la produzione primaria, obbliga l’operatore ad anteporre il beneficio dell’ambiente e della collettività a quello del profitto di impresa. Con 20 anni di storia alle spalle, oltre 9 milioni di ettari convertiti al metodo biologico ed oltre 200.000 operatori certificati nel mondo, il biologico è un settore che vale circa 20 miliardi di euro in Europa e più di 3 con oltre 130.00 occupati nella sola Italia.Numeri che dimostrano la fattibilità economica della produzione biologica e sono confermati anche dalla maggiore redditività raggiunta in agricoltura dalle aziende bio. Proprio le aziendebiologiche, prima di tutti, hanno creduto nella multifunzionalità, prima di tutti si sono inventate nuovi modelli di distribuzioni che le rendessero più indipendenti da una filiera tradizionale che ha concentrato tutto il reddito nella parte distributiva. Il biologico è una storia di successo, nonostante i continui colpi bassi (vedi ultima attacco su E.coli) e l’abbandono di attenzione delle politiche pubbliche che in questi ultimi anni hanno lasciato il biologico a se stesso.

L’innegabile successo dato dai milioni di cittadini europei che quotidianamente consumano prodotti biologici senza distinzione di censo (il bio si trova ovunque e per tutte le tasche) non deve far credere che il solo mercato possa retribuire gli sforzi incredibili che gli operatori del bio si stanno sobbarcando per salvaguardare la biodiversità, la fertilità dei suoli, il paesaggio e nello stesso tempo garantire la più alta sicurezza alimentare. È venuto il momento di una profonda rivisitazione delle politiche per dare il giusto riconoscimento a queste persone che lavorano principalmente per la collettività. È anche il momento di rivedere completamente il sistema di certificazioneche è nato per un settore piccolo fatto da pochi attori, ma che non ha avuto la capacità di aggiornarsi per rispondere alle sfide che vengono dalle importazioni extra UE sempre più massicce e di trovare risposte adeguate alle richieste delle agricolture europee (dalle micro aziende in vendita diretta alla certificazione di interi territori).

Il biologico è un agente di cambiamento che interroga e spinge la società a trovare modelli di produzione sempre più sostenibili ed eticamente orientati, ma cambia e si evolve lui stesso perché, per noi, la ricerca di nuove frontiera di sostenibilità ed di modelli organizzativi è il nostro pane quotidiano.

il comunicato stampa sulle iniziative dei 20 anni

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La lunga storia della crisi economica | Il crollo del Washington Consensus

capitolo 2 (il primo è qui, la premessa qui)

Le conseguenze della crisi sono molto importanti, molto di più forse di quello che comunemente non si creda. Sempre per brevità affronteremo  soltanto alcuni punti  della questione, quelli che ci sembrano i più rilevanti.

a) la conseguenza più imprevista della crisi  è forse stata quella del crollo della fiducia in loro stesse delle classi dirigenti dell’Occidente (in quella che era sostanzialmente una classe sicura di se  si è invece insinuato il dubbio), nonché, parallelamente,  del crollo  della loro capacità di dominare-governare  il mondo e di continuare a gestire i loro affari nel loro solo ed esclusivo interesse. Questa cosa non regge più.

Il “Washington consensus” è sostanzialmente crollato dietro le risate generalizzate di quei paesi che una volta costituivano  il  cosiddetto “Terzo Mondo”. L’America Latina, l’Asia, l’Africa non sanno più che farsene della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. La Banca Mondiale è  nella sostanza distrutta, il Fondo Monetario Internazionale si è messo ad aiutare sostanzialmente i paesi ricchi, in particolare l’Europa; così con la crisi esso ha trovato una nuova giovinezza, ma  ha ormai relativamente  poco a che fare con i paesi del Terzo Mondo. L’Organizzazione Mondiale per il Commercio è totalmente bloccata e, d’altro canto, i paesi emergenti vi hanno ormai una voce fondamentale.

C’è, alla fine, la sensazione che le classi dirigenti occidentali escano sostanzialmente tramortite dalla crisi, non sappiano veramente cosa fare per andare avanti. Cosa in realtà stanno effettivamente cercando di fare? Praticamente  far finta che non è successo nulla, che tutto è come prima; ricominciamo con le nostre pratiche e le nostre idee di prima della crisi e vediamo. Ieri dicebamus, affermava Benedetto Croce subito dopo il crollo del fascismo, riferendosi al periodo precedente al 1921. Solo che anche in quel caso non si trattava di una parentesi. I fatti più vicini a noi di hanno fatto capire che il fascismo non è un corpo estraneo al nostro paese, facilmente cancellabile, ma un elemento costitutivo di fondo della sua struttura. Peraltro, se la crisi è una crisi di domanda e di mutamento negli equilibri economici del mondo, appare difficile che l’economia occidentale decolli di nuovo  efficacemente se non si riprende la domanda e se non si riesce a cavalcare in qualche modo questa rottura degli equilibri mondiali.

A questo proposito aleggia tra le classi dirigenti dei paesi ricchi lo spettro della “grande stagnazione”, come si intitola un volume pubblicato da poco negli Stati Uniti e scritto da T. Cowen. Non si tratta di una minaccia molto ipotetica o lontana. La malattia ha già contagiato  almeno due dei paesi più importanti, quali il Giappone e l’Italia, i cui tassi di crescita del pil sono molto ridotti  da parecchi anni. Si accentua nel periodo il fenomeno della crisi delle classi medie cui abbiamo già fatto riferimento nei paragrafi precedenti. Ci sono, tra l’altro, rilevanti probabilità che gli stipendi, i salari, le pensioni della grande maggioranza della popolazione dei paesi ricchi non crescano più almeno per un lungo periodo di tempo.

C’è stato contemporaneamente un crollo delle basi teoriche del neo-liberismo; le teorie economiche su cui era fondata la costruzione del sistema economico occidentale hanno mostrato per lo meno delle profonde crepe. Per mancanza di spazio voglio soltanto raccontare due piccoli episodi che riguardano la finanza aziendale. tutte le impostazioni di base  su cui era fondata questa materia, dalla teoria della creazione del valore azionario  sino all’ipotesi del mercato efficiente, non reggono più. Il modello della creazione del valore aziendale, secondo il quale l’impresa  dovrebbe essere gestita  nell’esclusivo interesse dei suoi azionisti, fondamentalmente mirando ad accrescere le loro  ricchezze, era stato in particolare sponsorizzato a suo tempo da Jack Welch, allora amministratore delegato della General Electric, l’azienda che era considerata come la meglio gestita del mondo, mentre il suo capo veniva giudicato come il manager più bravo del mondo; il concetto della creazione del valore, grazie anche alla sua opera di divulgazione e al suo esempio, si era diffuso enormemente in tutto il mondo conosciuto. Adesso Welch è in pensione e qualche mese dopo lo scoppio della crisi se ne è uscito pubblicamente dicendo: “la creazione del valore azionario non serve, non funziona”.

Uno dei due principali fondatori della teoria finanziaria e premio Nobel per l’economia (i premi Nobel per l’economia per molto tempo sono andati quasi soltanto a economisti e teorici della finanza neo-liberisti accesi e solo nell’ultimo periodo si è cambiato almeno in parte registro), H. Markovitz, un giorno del  2009 passeggiava per Wall Street; la gente lo ha riconosciuto e l’ha fischiato e lo voleva anche picchiare.

A livello di grandi equilibri economici e politici mondiali questa crisi segna l’accelerazione nel passaggio del centro di gravità dei destini del mondo dagli Stati Uniti e più in generale dai paesi occidentali a quelli emergenti, in particolare alla Cina e poi, dietro di essa, a India, Brasile, ecc.. Molto brevemente, mi sembra che gli Stati Uniti e l’Occidente abbiano perso la battaglia della globalizzazione; eppure erano stati  in particolare gli Stati Uniti che avevano aperto questo fronte, con l’obiettivo di  dominare ancora meglio il mondo e di sviluppare ulteriormente le loro economie e il potere delle  loro grandi imprese. Ma la gara è stata vinta alla fine dalla Cina, dall’India, dal Brasile.

Ora sono in corso altre battaglie, quali quella del primato scientifico e tecnologico, ma anche in questo caso almeno le previsioni per l’occidente non sono del tutto favorevoli. Anche l’esito della battaglia finanziaria appare scontato. Alla fine,  i banchieri vanno dove stanno i soldi e i soldi stanno ad Oriente; il sistema finanziario si trasferirà sempre di più in Asia  e tutto andrà a finire ovviamente tra Hong Kong e Shangai. Leggevo, qualche tempo fa, le dichiarazioni dell’amministratore delegato di una grandissima impresa mineraria brasiliana: “Ogni mattina mi sveglio e prego che la Cina stia bene”; questi non dicono più “prego che gli Stati Uniti stiano bene”.

Altre conseguenze molto importanti della crisi si registrano sul fronte del lavoro.  Le difficoltà economiche hanno comportato dovunque un crollo dell’occupazione e poi in particolare, anche se non solo, dell’occupazione giovanile, con dei risultati che sono  stati più o meno variabili nei vari paesi dell’Occidente, ma comunque pesanti in tutti. Bisogna poi considerare che la crisi spinge le imprese, tra l’altro, a razionalizzare, a ridurre il numero dei posti di lavoro e quello  delle ore lavorate per tagliare i costi e reggere meglio le difficoltà. Questo fenomeno appare particolarmente accentuato negli Stati Uniti che stanno spingendo fortemente sul fronte dell’innovazione tecnologica e dei guadagni di produttività. Quindi c’è da immaginare che la ripresa dell’occupazione, se ci sarà, sarà molto lenta e debole.

Più in generale almeno un certo numero di persone che hanno perso il lavoro, e magari anche la casa, durante la crisi, non riusciranno più a rientrare in modo dignitoso nel circuito economico.

Altro aspetto fondamentale del quadro che stiamo descrivendo appare quello relativo al ruolo dello stato.

Apparentemente e soprattutto in un primo momento il ruolo dello stato è cresciuto fortemente con la crisi. Il mondo occidentale era sull’orlo del baratro, ma lo stato è intervenuto, sia pure in maniera diseguale nei vari paesi;  esso ha salvato il sistema bancario e ha bloccato il crollo dell’economia reale iniettando nel sistema risorse per migliaia e di migliaia di dollari. Peraltro in assenza, a quattro anni dallo scoppio della crisi, di una riforma adeguata del settore finanziario, le politiche di allargamento dei cordoni della borsa da parte dei governi hanno portato a delle nuove bolle finanziarie, mentre l’economia reale è affamata di finanziamenti

E a questo punto bisogna aprire una parentesi: è molto probabile che entro qualche anno ci sarà una nuova crisi, perché non sono state prese misure adeguate per correggere le distorsioni che erano all’origine delle difficoltà presenti . Ma questa volta non ci saranno più i soldi, però, per salvare le banche e il sistema economico, perché le risorse  pubbliche, almeno in Occidente,  sono ormai finite. Questo significa anche già oggi che i grandi deficit di bilancio creati dalla crisi costringeranno i governi a ridurre gli investimenti e le spese per il welfare, riducendo così in maniera significativa la crescita delle economie,  aumentando i livelli di povertà  e  danneggiando la stabilità sociale. Per altro verso, ora assistiamo ad una situazione paradossale. Lo stato è intervenuto efficacemente per salvare l’economia, indebitandosi a più non posso per farlo, ma subito dopo è stato pregato di togliere il disturbo.  Anzi,  ora i mercati finanziari, il sistema finanziario, che sono  stati salvati,  dicono agli stati: “siete degli incapaci, degli spendaccioni, avete debiti pubblici enormi, dovete tagliarli”.

Le agenzie di rating, che non ne hanno azzeccata una negli ultimi dieci anni, arrivano con i loro annunci di declassamento ogni mattina e fanno tremare i vari paesi e i loro responsabili; con quale autorità lo facciano non se ne ha la minima idea, ma questo è uno degli aspetti del disorientamento totale delle classi dirigenti occidentali di fronte a questa crisi. Assistiamo quindi di nuovo al dominio dei mercati e delle agenzie di rating senza alcuna regola e senza alcun controllo. I mercati finanziari e le agenzie di rating lavorano poi nella sostanza in perfetta sintonia con gli alti funzionari di Bruxelles, permeati anch’essi di una rigida dottrina neo-liberista e che possono  imporre a dei governi eletti dai cittadini qualsiasi misura  che loro aggrada, anche le più stravaganti.

f)L’ultima questione che vogliamo trattare in relazione alle conseguenze della crisi riguarda ancora il tema del sistema finanziario. La crisi ha mostrato in tutta la sua gravità lo scatenarsi di un gigantesco meccanismo che gli americani chiamano  di “moral hazard”, di rischio morale. Qual’è il meccanismo?  Sinché le banche guadagnano, e per molti anni, grazie in particolare alla deregulation, hanno guadagnato molti soldi e molti più di prima, i profitti vengono  intascati da manager e da azionisti sempre più avidi; quindi per guadagnare sempre di più le banche hanno rischiato sempre di più. Ma se poi le cose vanno male e invece dei profitti arrivano le perdite, non pagano loro, ma interviene lo stato e li salva e così in particolare i manager possono continuare a riscuotere i loro favolosi stipendi e gli ancor più favolosi bonus. Tanto pagano i contribuenti.

Ecco, questo sistema non è stato in alcun modo tolto di mezzo. Il socialismo per le banche funziona è in funzione ancora oggi. Alla fine, i soldi pubblici vanno agli azionisti e ai manager bancari, non  alla popolazione che deve invece pagare alla fine e per molte vie per gli eccessi dei ricchi.

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Storie d’innovazione sociale a Roma, venerdì questo

Ed eccoci qui! Pronti a partire con questa prima puntata – ci auguriamo di una lunga serie – di eventi d’ispirazione e dibattito sull’innovazione sociale. Come anticipato da qualche settimana, ce l’abbiamo fatta: pronti per venerdì sera! Grazie al preziosissimo contributo della Fondazione Adriano Olivetti e di Beniamino de’ Liguori Carino; alla disponibilità degli amici di Teatrate (ne avete già sentito parlare per i match d’improvvisazione teatrale), di Stefano Monti di Monti&Taft, di Andrea Pugliese (tra le altre, autore di People from Ikea), di Andrea Caramellino de Il Sole 24 Ore.

Alle 20,30 lanceremo con gli amici di Kublai e ISIN la Social Innovation Week , evento settembrino…non ne avete mai sentito parlare? Vi aspettiamo alle 20.30 allora, poco prima di partire con l’evento “Storie di Innovazione Sociale”. [… continua su The Hub Roma]

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Mezzi, fini e modelli di sviluppo: dove va il Commercio Equo e Solidale?

Marco Costantino e Vittorio Leproux per AICCON (Working Paper n.89 – luglio 2011)

1. “Adamo dove sei?” ovvero: la storia sino ad ora.
Dalla fine degli anni ‘90, in Italia, il Commercio Equo e Solidale ha visto la sua popolarità e riconoscibilità crescere esponenzialmente. Il fenomeno si è manifestato attraverso elevati tassi di crescita di organizzazioni di importazione e distribuzione, l’elevato numero di nuove aperture di botteghe del mondo sul territorio nazionale e il crescente numero di organizzazioni licenziatarie del marchio di certificazione dei prodotti, nonché attraverso un sempre maggior numero di cittadini-consumatori coinvolti attraverso le proprie scelte di consumo nel supporto al Commercio Equo e Solidale.

Il movimento italiano, nato all’inizio degli anni ’80 in un garage altoatesino sulla scorta delle più mature esperienze sviluppatesi nell’Europa centrale e settentrionale, diventa 30 anni dopo una delle realtà più vitali e vivaci nel mondo con 11 organizzazioni di importazione che sviluppano complessivamente un turnover di oltre 70 milioni di euro  e circa 600 botteghe del mondo con 29.000 soci e 5.000 volontari (AGICES, 2011). In virtù del suo accresciuto ruolo quale soggetto economico e sociale, si sono susseguiti i riconoscimenti istituzionali, tanto a livello nazionale che europeo, circa la validità del sistema proposto quale strumento di lotta alla povertà. La Commissione Europea, a valle di numerose comunicazioni sul commercio equo, nel 2006 ha adottato una risoluzione (Risoluzione del Parlamento Europeo “Fair Trade and development” del 6 luglio 2006), che ne riconosce gli effetti benefici e fissa i criteri per difenderlo dagli abusi e dalle imitazioni (Fair Trade Advocay Office 2006). Ancora più recentemente, nel 2009, la Commissione ha pubblicato una comunicazione che riconosce il contributo del commercio equo allo sviluppo sostenibile (COM(2009) 215), ripresa nel 2010 dal Comitato Economico e Sociale e dal Comitato delle Regioni. Provvedimenti analoghi sono stati presi attraverso leggi apposite di riconoscimento del commercio equo in Francia e Belgio.

In Italia, mentre procede la discussione sulla legge nazionale (il disegno di legge depositato presso Camera e Senato è stato sottoscritto da 39 senatori ed oltre 80 deputati), dieci regioni (Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Abruzzo, Umbria, Marche, Piemonte e Lazio) hanno già emesso la propria, e numerose pubbliche amministrazioni inseriscono nei propri bandi di fornitura punti di premialità per chi propone prodotti equo-solidali. Contestualmente il Commercio Equo e Solidale è sempre più al centro di analisi volte a misurare l’efficacia dello strumento in termini di riduzione della povertà, l’effettiva validità di un sistema di rivoluzione silenziosa e dal basso o la coerenza del suo carattere etico, nonché la robustezza delle sue metodologie di monitoraggio e valutazione. E’ infatti naturale che il livello di attenzione critica sia funzione di parametri di rilevanza socio-economica di un fenomeno. Come abbiamo detto le questioni poste possono essere di diversa natura in termini di ambito (teorico o operativo) e di provenienza in termini di settori ideologico-culturali. Una delle questioni talvolta poste concerne la possibilità che il Fair Trade promuova un modello di sviluppo basato sulle esportazioni e l’eventuale contraddizione tra tale assunto e il contesto ideale e concettuale che ha dato vita al movimento italiano del Commercio Equo e Solidale. Affrontare la questione posta significa inoltre provare ad allargare il ragionamento alla capacità del Fair Trade di mantenere intatta la sua spinta propulsiva sociale e sugli orizzonti che si pongono innanzi al movimento. Ad ogni modo il primo passo di qualunque analisi o riflessione deve provare chiarire preliminarmente i concetti ed i soggetti su cui ci si interroga [… continua nel pdf allegato, clicca per scaricarlo]

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L’intervento dell’esperto

19:04 – PORTOGALLO: GALLICANI (ESPERTO), AGENZIE RATING “NON SONO PIÙ CREDIBILI”
“Le agenzie di rating hanno un peso gigantesco perché glielo vogliamo dare”, ma da anni “non sono più credibili”. Così Marco Gallicani, esperto di finanza etica e giornalista di “Altreconomia”, commenta al SIR le reazioni internazionali al giudizio di Moody’s sul debito del Portogallo, portato a “Ba2”. Dura è stata la reazione della cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha invitato a non fare “troppo affidamento sulle valutazioni delle agenzie di rating”, contrapponendovi la “capacità di giudizio” di Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Commissione Ue. Mentre il presidente della Commissione europea Barroso ha espresso “profondo rammarico” per la decisione dell’agenzia. “In realtà – commenta Gallicani – la politica dovrebbe tornare a regolamentare i mercati e le istituzioni, anziché limitarsi a protestare, e risolvere i conflitti d’interesse che ci sono dietro alle agenzie di rating”. Conflitto dato dal fatto che “queste agenzie – ricorda l’esperto – sono pagate dalle aziende che certificano”. E se questo ha portato a clamorose distorsioni, come i giudizi positivi alla vigilia del default di Parmalat o Lehamn Brothers, d’altra parte “un giudizio negativo verso un’azienda, o uno stato, può portare vantaggio a chi voglia speculare”.

preso da qui

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A Verona siamo a quota 106 mattoni

MAG Verona, da 33 anni, opera al servizio della comunità Veronese e oltre, promuovendo ed accompagnando le iniziative di donne ed uomini che hanno scelto l’economia sociale  e la finanza solidale quali vie per migliorare il mondo. Aggiornando così  il mutualismo della seconda metà dell’800 e attualizzando – a partire dagli anni ’70 – le pratiche sociali del movimento Aclista e del sindacalismo libertario e della Cisl in particolare.

Nel corso di questa lunga storia, Mag ha soggiornato in vari luoghi, progettando spesso di acquisire una struttura per creare uno spazio condiviso anche da altre organizzazioni affini, adatto alle proprie attività e aperto al godimento collettivo. Questo progetto torna oggi più che mai a farsi pressante dato che l’Istituto Provolo, all’interno della cui struttura Mag ha felicemente vissuto per dieci anni, per ragioni organizzative ha chiesto di abbandonare definitivamente i suoi spazi.Abbiamo quindi cercato sia nel mercato che all’interno della nostra preziosa rete di relazioni, curata nel corso degli anni, strutture – da affittare – adeguate ad ospitare in futuro le attività Mag. Abbiamo dovuto però prendere atto dei troppo alti prezzi richiesti. In questo contesto è poi affiorata una nuova possibilità passando per l’acquisto di un interessante immobile. Si tratta di locali, per un totale di circa 300 mq, in una posizione molto accessibile , in zona stadio, dove sarà possibile realizzare finalmente il progetto CASA COMUNE MAG. Una sede per la nostra società di mutuo soccorso che comprende anche spazi comuni a disposizione dei quartieri limitrofi e di tutte quelle realtà che operano in modo affine, nel Terzo Settore e comunque nell’Associazionismo.

L’urgenza della situazione, e l’ingenza delle spese necessarie per procedere all’acquisto, ci hanno spinto a dare il via ad una campagna di azionariato popolare diffuso ed allargato per la realizzazione della CASA COMUNE MAG. Spazio al contempo fisico e simbolico, tangibile manifestazione di un operato al servizio del prossimo e particolarmente delle oltre 850 Imprese Sociali operanti nell’agricoltura biologica, nell’accoglienza, cura e inserimento lavorativo dei soggetti deboli, nei servizi socio-sanitari alle persone, nella produzione e commercializzazione di prodotto artigianali e industriali, nei servizi tecnici ed ausiliari, nell’educazione ed animazione, nel commercio equo e solidale, nei servizi al territorio e all’ambiente, nella ricreazione, cultura ed arte.

Spazi per le realtà di autogestione, moltissime delle quali  Mag ha accompagnato alla nascita  e per quelle che potrà accompagnare in futuro, ma anche un nuovo modo di fare economia e finanza. Un “BENE COMUNE” condiviso e a disposizione per la progettualità e l’intrapresa delle giovani generazioni e delle loro idee di futuro.

Sarà possibile contribuire alla realizzazione di questo progetto acquistando un simbolico mattone delle futura CASA COMUNE MAG sottoscrivendo una quota di 500 euro – ne serviranno presumibilmente 900/950 compresi i lavori di adeguamento (impianto elettrico, riscaldamento, cablaggio computer), di progetto, trasloco, mobilio (pareti mobili) tasse e diritti di agenzia – . Non si tratta di una beneficienza, ma di un investimento sul futuro del variegato e vivace mondo dell’economia sociale che proprio da realtà come la nostra è quotidianamente rinvigorito.

Il progetto CASA COMUNE MAG è l’occasione anche di rinverdire l’origine della finanza mutualistica e solidale, nata proprio a Verona  da Mag e diffusasi poi  in Italia , con il progetto  Cà Verde in Sant’Ambrogio di Valpolicella,  che ha condotto al recupero di terre abbandonate per avviare giovani disoccupati all’ agricoltura biologica , all’allevamento delle capre, alla ristrutturazione della  Ca’ Verde in decadenza. Si è dato vita a tutto cio’ attraverso l’AZIONARIATO POPOLARE. Dopo un lungo corso nel quale moltissime cooperatrici ed altrettanti cooperatori hanno contato su di noi, oggi è Mag a contare su di voi, su quanti hanno sostenuto in passato e su quanti sosterrà in futuro; sulle fondazioni, le organizzazioni, le istituzioni, i cittadini e le cittadine che credono nell’associazionismo, nella cooperazione, nella mutualità, nel lavoro sociale auto-organizzato e vogliono concretamente operare per il loro sviluppo; su quanti credono in un mondo in cui l’economia e la finanza siano più umane, più vicine, e più orientate al bene comune ed ai reali bisogni delle persone.

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La Schwab Foundation pubblica il manuale sugli investimenti sociali

per The Hub Roma

Rimanendo in tema di Social Investment, la Schwab Foundation for Social Entrepreneurship ha pubblicato un manuale gratuito (in inglese) dal titolo “Social Investment Manual – A Guide for Social Entrepreneurs”. Lo potete scaricare interamente dal sito del World Economic Forum cliccando qui.

Un piccolo contributo di poco più di 50 pagine in cui si introduce lo scenario e si evidenziano gli strumenti e agli attori. Unica esperienza italiana citata: Banca Etica. Buona lettura!

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Letterina per BNL

All’att.ne del Presidente di BNL Spa Gruppo BNP PARIBAS Luigi Abete

e:
dell’Amministratore Delegato di BNL Gruppo BNP Fabio Gallia
del Responsabile Sociale d’Impresa BNL Gruppo BNP Paola Fanelli
Oggetto: Richiesta di incontro con i Responsabili del Gruppo BNL
BNL Spa Gruppo BNP PARIBAS
Via Veneto 119 – 00187 Roma

Roma, 22 giugno 2011

Gentile Presidente, gentili Responsabili,
facendo seguito al nostro comunicato stampa del 13 maggio scorso, veniamo a Voi per chiedere un confronto diretto sui temi oggetto delle nostra prima missiva del 31 gennaio 2011, che metteva in luce il coinvolgimento della Banca sul fronte degli armamenti e del nucleare civile, al fine di affrontare i nodi irrisolti e rimasti sostanzialmente inevasi dalla Vostra risposta del 14 aprile scorso. La nostra richiesta assume maggior valore alla luce degli ultimi dati forniti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri sulle esportazioni italiane di armamenti, che vedono BNP Paribas Italia e BNL in testa alla classifica delle cosiddette “banche armate”, con il 31,49% degli importi totali intermediati a livello nazionale (oltre 28% della BNP a cui si somma il 3% di BNL).

Chiediamo la disponibilità della Banca ad un confronto pubblico con i firmatari di questa lettera – da effettuarsi entro fine luglio o,

in alternativa, un incontro privato, a dimostrazione della volontà della Banca a interloquire con la società civile.

In attesa di una Vostra risposta, Vi porgiamo i nostri più Cordiali Saluti,

Andrea Baranes, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale
Roberto Cuda, Coordinamento Nord Sud del Mondo, coordinatore www.vizicapitali.org
Marco Gallicani, www.finansol.it
Alessandro Giannì, direttore campagne Greenpeace Italia
Franco Moretti, direttore di Nigrizia (Missionari Comboniani)
Yann Louvel, climate and energy campaign coordinator BankTrack
Eugenio Melandri, coordinatore nazionale Chiama L’Africa
Mario Menin, direttore di Missione Oggi (Missionari Saveriani)
Roberto Meregalli, Beati i Costruttori di Pace
Pietro Raitano, direttore di Altreconomia
Carlo Tombola, coordinatore cons. scientifico Opal – Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere
Francesco Vignarca, coordinatore nazionale Rete Italia per il Disarmo
Alex Zanotelli, missionario comboniano e direttore di Mosaico di Pace (Pax Christi)

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L’indice di benessere personale

Bella iniziativa dell’Ocse. Che ha appena lanciato un servizio di “personalizzazione” di un indicatore di benessere. A partire da una serie di dati presenti nella banca dati dell’organizzazione internazionale con sede a Parigi, l’utente può mettere in gerarchia le diverse dimensioni (ambiente, abitazione, lavoro, ecc.) e costruire così la sua sintesi, e la sua classifica.

Dietro, la mente (forse la mano) del nostro Enrico Giovannini, presidente dell’Istat con un passato in Ocse, da cui – tra l’altro – è approdato alla Commissione Stiglitz voluta da Sarkozy per trovare indicatori alternativi al Pil.

Se saprà muoversi bene tra le onde della turbolenta politica italiana, Giovannini potrà diventare un altro asso della scarsa classe dirigente italica. Augurandosi che abbia voglia di restare qui.

In attesa di scoprirlo, divertitivi con la “better life initiative”.

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La diseguaglianza cresce, quasi ovunque

Le crescenti  diseguaglianze nella distribuzione delle ricchezze e dei redditi nei paesi occidentali negli ultimi trenta anni stanno, come molti commentatori hanno a suo tempo largamente rilevato, al cuore della crisi economica e finanziaria in atto da tempo e che sembra far fatica a passare.

Tali disuguaglianze hanno in particolare, tra l’altro, privato con il tempo le classi medie, nonché quelle meno privilegiate, dei mezzi necessari per alimentare in misura adeguata la domanda di beni e servizi che spinge di solito in avanti  l’economia. E tutto, ad un certo punto, si è fermato e stenta ora a riprendersi. Può essere quindi interessante cercare di analizzare con attenzione e con un certo dettaglio  quali sono stati i movimenti effettivi delle diseguaglianze nel mondo nell’ultimo periodo, per ricavarne poi magari anche delle possibili indicazioni sul che fare da oggi in poi.
Ricordiamo come sino ad un certo punto, prima del crollo del comunismo, le differenze  di reddito in Unione Sovietica e nei paesi dell’Europa dell’est, nonché in Cina e nelle altre nazioni  ad economia amministrata dell’Asia, fossero sostanzialmente molto limitate. Ricordiamo ancora come le punte più forti delle diseguaglianze si registrassero tradizionalmente nei vari paesi facenti parte del continente latino-americano e come le nazioni occidentali si ponessero in qualche modo, in generale,  più o meno a cavallo tra tali due estremi opposti, con peraltro gli Stati Uniti più vicini al modello latino-americano, mentre paesi come
la Germania, il Giappone, tutte le nazioni  del Nord-Europa e, almeno in parte, la Corea del Sud non erano invece  poi troppo distanti da quello “comunista”.
Ora l’Ocse cerca di individuare in maniera precisa l’andamento  della situazione delle diseguaglianze di reddito negli ultimi decenni per quanto riguarda almeno i paesi che fanno parte della stessa organizzazione, cioè quelli più ricchi. Una prima generale constatazione che esce fuori dallo studio riguarda il fatto che il gap tra le persone  ricche e quelle povere sta crescendo quasi dovunque, a partire dagli Stati Uniti ed anche in paesi come la Danimarca, la Germania e la Svezia, tradizionalmente caratterizzati, come già accennato, da un livello di diseguaglianze relativamente limitato. Il fenomeno indicato è ovviamente visibile in misura rilevante anche per quanto riguarda il nostro paese.  Solo in un piccolo numero di casi, quali quelli di Turchia, Grecia,  Belgio e  Francia, le diseguaglianze di reddito, secondo lo studio citato,  si sono in qualche modo ridotte tra la metà degli anni ottanta e la fine del primo decennio del nuovo secolo.
Tra le ragioni di questo andamento certamente non positivo, lo studio fa riferimento al possibile impatto della globalizzazione, alla riduzione del potere dei sindacati, che ha portato tra l’altro ad una diminuzione in termini reali dei livelli delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti, alla crescita, contemporaneamente,  del numero  dei lavoratori autonomi, che in molti paesi tendono ad ottenere un reddito molto basso, nonché di quelli con un contratto atipico,  all’aumento  dei redditi dei portatori di capitale, che registrano anche una riduzione nei livelli del loro carico fiscale in molti paesi, a cominciare dagli Stati Uniti.
L’elenco delle cause appare lontano dall’essere esaustivo, come lo stesso studio riconosce.
Al di là dei dati contenuti nello studio dell’Ocse, resta da considerare comunque l’evoluzione del quadro anche per quanto riguarda i paesi che non fanno parte dell’organizzazione. Guardando così ad un quadro più complessivo, a livello mondiale, si registra, da una parte, il caso del Brasile, tradizionalmente uno dei paesi più diseguali del pianeta, ma che sotto il governo di Lula è riuscito ad invertire la tendenza ad una crescita del livello di diseguaglianze, ottenendo di ridurla, sia pure in misura relativamente ridotta; inoltre, ovviamente,  bisogna sottolineare  il caso di Cina, Russia ed altri stati ex-socialisti,  nei quali la caduta dei vecchi regimi ha portato rapidamente ad una crescita sostenuta nei livelli di diseguaglianza.

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