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Il crollo del rame può anticipare Borse ribassiste come nel 2008/2009


I mercati azionari non stanno troppo bene e anche le occasionali ondate rialziste sono comunque di breve respiro e non sembrano in grado di concretizzarsi in un recupero più sostanzioso e durevole. Nell’ultimo mese si è aggiunto il crollo dei prezzi del rame, che ha perso oltre il 20% del suo valore a New York, ai minimi dal 2010.

Su molti siti e blog di analisi dei mercati si possono leggere in questi giorni parecchi commenti sui segnali che arrivano dalle quotazioni del rame e che potrebbero dare indicazioni sull’andamento delle Borse, americane ma anche mondiali, nei prossimi mesi. Non a caso nel biennio 2008/2009 il rame, che dal 2004 aveva visto i suoi prezzi impennarsi, ha anticipato il crollo delle Borse: pochi mesi dopo anche gli indici di Wall Street sono affondati con un andamento analogo.

Da un punto di vista economico un calo così brusco indica quasi sempre una recessione economica: il rame è un metallo industriale, largamente impiegato in prodotti tecnologici come i cellulari, i tablet e i lettori mp3, nei pc e poi anche nell’industria pesante: tubi, cavi, reti di rame si trovano in parecchi prodotti. E infatti il boom del prezzo del rame ha coinciso in particolare con una domanda esorbitante arrivata soprattutto dalla Cina.

Molti, quindi, sospettano che il rallentamento economico di questi mesi può diventare vera e propria recessione, proprio a partire dalla Cina; è vero, d’altronde, che il Fondo monetario internazionale ha ridotto le sue previsioni per la crescita nel 2011 e 2012, ma i paesi emergenti e la Cina dovrebbero comunque, stando alle analisi, mantenere l’economia mondiale in espansione. Il crollo di queste ultime settimane, quindi, potrebbe essere legato anche alla speculazione, visto che negli ultimi dieci anni le quotazioni del rame hanno raggiunto livelli incredibili, non giustificati neppure da una domanda sostenuta.

Diverso è il discorso sui mercati finanziari. Nel pieno della crisi finanziaria del 2008/2009 il rame è stato un ottimo anticipatore dei corsi azionari. Pochi mesi dopo il crollo – che ha visto il suo minimo nel 2008 – anche gli indici azionari sono crollati e il meccanismo si potrebbe ripetere anche adesso.

C’è da specificare, però, che nel 2011 il prezzo del rame ha subito variazioni molto brusche: da febbraio si è triplicato, anche di fronte a una domanda che cominciava a calare, e adesso sta subendo quanto meno una correzione. La domanda in Cina – che rappresenta il 40% della domanda mondiale – si riduce e dunque le quotazioni si stanno adeguando a una situazione reale.

Rimane da capire se l’andamento del rame è ancora significativo e soprattutto indicativo di una tendenza più generale o se ormai sia sganciato sia dalla realtà industriale sia dall’andamento dei corsi azionari. Non tutti gli osservatori hanno la stessa opinione.

Il crollo del rame può anticipare Borse ribassiste come nel 2008/2009 é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:18 di venerdì 30 settembre 2011.



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Puntare sul calo delle Borse? Ubs lancia 12 nuovi volatility Etn


I mercati sono in piena altalena: dopo i crolli degli ultimi mesi basta una notizia o la “speranza” di una notizia – come l’intervento dei paesi Brics a sostegno del’Europa – per provocare un rialzo improvviso, spesso seguito da nuovi cali. In questo quadro è molto difficile decidere come investire e soprattutto trovare un settore che possa proteggere dalle perdite. E se si investisse sui cali o almeno sull’incertezza? È possibile farlo grazie agli Etf o Etn che riproducono un indice di volatilità; ma bisogna fare attenzione.

Non è un caso che Ubs abbia lanciato 12 nuovi Volatility Etn indicizzati sui Vix futures legati all’indice S&P 500. In pratica si può investire su questi strumenti – gli Exchange Traded Note che sul modello degli Etf prendono in considerazione un paniere di prodotti finanziari, ma formalmente sono obbligazioni strutturate, quindi di fatto titoli di credito che il cliente acquista e che dovranno essere onorati dalla banca.

L’idea – che non è nuova, perché esistevano già altri prodotti collegati al Vix index, cioè l’indice di volatilità dei mercati – è affascinante, anche perché Ubs offre 6 prodotti legati al “fear index”, ma bisogna prendere in considerazione i rischi. Un Etn, infatti, somma in sé i rischi di un Etf – quelli legati all’andamento dei futures sull’indice di volatilità – e quelli di un’obbligazione.

E anche se i prodotti possono essere scambiati sul mercato secondario, è vero che la commerciabilità dipende anche dal rating della banca emittente. E d’altronde bisogna considerare un altro aspetto: questi Etf ed Etn non replicano esattamente l’andamento del Vix index e il più delle volte riducono le possibilità di guadagno. Quelle che ci guadagnano di sicuro sono le banche emittenti.

Puntare sul calo delle Borse? Ubs lancia 12 nuovi volatility Etn é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 01:06 di mercoledì 14 settembre 2011.



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L’Europa si accorda sul debito greco e le Borse festeggiano


Un fondo salva-stati (Efsf) rafforzato fino a 440 miliardi con la possibilità di acquistare titoli di stato dei paesi europei sia sul mercato primario – come adesso – sia, in aggiunta, su quello secondario, per spuntare le unghie alla speculazione e consentire agli stati di rifinanziarsi sul mercato.

Per i paesi in crisi – Irlanda, Grecia e Portogallo – arriva la riduzione dei tassi di interesse attorno al 3,5% per rendere possibile la restituzione dei debiti senza strozzare l’economia. La Grecia – e solo la Grecia, sottolineano sia i politici sia i mezzi di informazione – potrà scambiare alcuni titoli in scadenza con nuovi titoli: in pratica quello che potrebbe essere inteso come un default selettivo su una parte di debito greco, anche se l’adesione allo scambio (swap) sarà comunque volontaria.

A Berlino i capi di stato e di governo dell’Unione Europea hanno trovato un accordo, soprattutto grazie all’intesa tra la cancelliera tedesca Merkel e il presidente francese Sarkozy, e hanno deciso un nuovo piano di salvataggio da 109 miliardi di euro cui – e questa è una novità – parteciperanno anche i privati per una somma fino a 39 miliardi: saranno obbligazionisti e banche che potranno rinunciare preventivamente a una parte dei soldi che hanno sottoscritto in cambio del salvataggio greco.

Un piano di scambio e il rollover prevedono nuovi bond a 30 anni, con tassi al 4 per cento che potrebbero aumentare fino al 5,5 per cento. Gli altri due piani di scambio, invece, uno da 15 e l’altro da 30 anni, comportano una riduzione del 20 per cento del valore dei titoli di stato, a fronte di cedole più alte, attorno al 5,9-6,8%.

Quel che è più importante: l’Efsf diventa l’embrione di un Fme, un Fondo monetario europeo che affiancherebbe l’Fmi per operare solo nel mercato del Continente. Il piano di salvataggio con default è limitato alla Grecia, mentre gli altri paesi in crisi avranno l’opportunità di una riduzione dei tassi. Quanto alla Spagna e all’Italia l’Efsf potrà apire linee di credito e comunque acquistare titoli di stato per rallentare la speculazione. Un impegno che sembra convincere i mercati, almeno per adesso.

L’Europa si accorda sul debito greco e le Borse festeggiano é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 09:50 di venerdì 22 luglio 2011.



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Prova Borsa per le banche italiane promosse agli stress test


Come reagirà la Borsa di fronte ai segnali positivi che riguardano il settore bancario? Le banche italiane sono solide sotto il profilo patrimoniale e sono in grado di affrontare eventuali scenari di crisi sui mercati internazionali, secondo i risultati degli stress test condotti dall’Autorità bancaria europea (Eba).

UniCredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Banco Popolare e Ubi Banca – che insieme rappresentano il 62% del totale nel sistema bancario nazionale – hanno superato comodamente la soglia del 5% per il Core tier 1: in media il 7,3% secondo quanto comunicato dalla Banca d’Italia.

Significa che il patrimonio di questi istituti è sufficiente ad affrontare e superare nuove turbolenze legate al quadro macroeconomico mondiale. Lo stesso, purtroppo, non si può dire di altre 8 banche, sulle 91 che sono stato sottoposte a verifica: 5 banche spagnole, due greche e una austriaca hanno rivelato un patrimonio insufficiente, con un coefficiente inferiore al 5% proiettato nel 2011-2012.

Peraltro altri sette istituti di credito spagnoli hanno superato il test, ma con un dato compreso fra il 5 e il 6 per cento: un altro elemento di rischio per il settore creditizio iberico. In Irlanda, che recentemente è stata oggetto di un salvataggio internazionale, tutte e tre le banche testate hanno facilmente superato le prove.

Che cosa dovranno fare adesso le banche che sono state “rimandate” dall’Eba? Certamente rafforzare il patrimonio, come l’Eba ha chiesto alle Autorità nazionale di imporre agli istituti più fragili: la richiesta è di impostare piani di ricapitalizzazione entro il 15 ottobre e attuarli entro la fine dell’anno. Il punto, però, è che l’Eba non è in grado di imporre nulla, perché la vigilanza vera e propria spetta alle autorità nazionali.

Proprio questo lamenta Moody’s, che segnala anche un altro punto di debolezza: secondo l’agenzia di rating questi stress test non prenderebbero in considerazione l’ipotesi di un fallimento greco, altrimenti la carenza di patrimonializzazione dovrebbe essere più elevata dei soli 2,5 miliardi di euro complessivi calcolati dall’Eba. Ora si vedrà la reazione dei mercati.

Prova Borsa per le banche italiane promosse agli stress test é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 11:50 di lunedì 18 luglio 2011.



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Il debito italiano fa paura e costa: Btp ai massimi dall’era Euro


Buone notizie, buone intenzioni, sacrifici presenti e futuri, ma alla fine i mercati non sembrano soddisfatti e puniscono ancora l’Italia per il suo eccessivo debito pubblico e per l’incapacità di una classe dirigente e politica che non ha agito quando aveva più margini di manovra e maggiore consenso sociale.

Ieri sono dovuti intervenire il Presidente della Repubblica – che ha parlato di “miracolo” per una manovra finanziaria approvata senza assalti alla diligenza e senza troppe polemiche – e addirittura il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, il quale ha provato a rabbonire gli investitori e tessere le lodi dell’Italia. Ma i risultati sono stati magri.

L’asta dei Btp, in effetti, è andata bene, segno che gli investitori sono ancora disposti ad affidare i loro soldi al Tesoro italiano; il problema è che, in cambio del denaro, pretendono tassi di interesse molto elevati – molto più elevati anche rispetto a qualche mese fa – che a loro volta peseranno sul debito pubblico perché generano interessi più alti. Alla fine della giornata lo spread fra i Btp e i Bund tedeschi è aumentato “solo” di pochi punti, ma comunque la differenza è superiore al 3%.

I Btp a 15 anni sono stati collocati a un tasso del 5,90%, i livelli più alti dalla nascita dell’Unione monetaria europea. Di conseguenza il Tesoro dovrà pagare interessi alti e lo stato dei conti pubblici risentirà anche di questo elemento ulteriore di debolezza: non sono bastati una manovra finanziaria irrobustita e neppure la dimostrazione che l’Europa non assiterà senza intervenire al crollo di fiducia nei confronti del debito italiano.

Se infatti paesi relativamente piccoli come Irlanda, Grecia e Portogallo non sono davvero una minaccia per l’equilibrio europeo, nessuno può permettersi un default dell’Italia, nemmeno gli Stati Uniti che a loro volta devono fare i conti con un debito pubblico sempre più fuori controllo. Il problema è che l’Europa non ha gli strumenti politici per agire in fretta e con decisione: e dovrebbe forse decidersi a crearli!

Finanza ed economia si intrecciano a questo punto e non è possibile tenere distinti e distanti i due piani, come spiega con molta chiarezza anche Guido Tabellini sul Sole24Ore. L’Unione Europea ha bisogno di un meccanismo per tutelare i paesi più grandi con un alto debito pubblico: in una situazione di mercati finanziari tranquilli non ci sarebbero problemi, ma con mercati “isterici” e in fondo a bassa liquidità, il pericolo è reale.

L’Italia ha bisogno di raggiungere il pareggio di bilancio per ridurre anche il debito, in un arco di tempo più diluito; ma questa manovra non può essere troppo punitiva, altrimenti ci scordiamo la crescita economica, che già stenta e non da ieri. La crisi greca ha acuito i problemi e acceso i riflettori anche sull’Italia. Da piccoli investitori potremmo anche essere allettati da Btp quindicennali al 5,90%, ma se poi non possiamo rivenderli sul mercato secondario – a meno di perderci – il vantaggio è presto finito. E il deterioramento del quadro generale non può che danneggiare tutti. Non rimane che sperare nelle capacità dei nostri governanti; o in alternativa nel convincere i tedeschi a occuparci di noi e mettere le cose a posto. Forse è questa l’unica strada.

Il debito italiano fa paura e costa: Btp ai massimi dall’era Euro é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 08:11 di venerdì 15 luglio 2011.



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Cosa c’è dietro un paio di jeans da 300 dollari

Cosa c'è dietro un paio di jeans da 300 dollari

Spesso quando acquistiamo dei vestiti ci chiediamo come arrivino a un certo prezzo. Perché i jeans costano così tanto? Come fa un paio di pantaloni a costare duecento euro? Christina Binkley del Wall Street Journal si è posta le stesse domande e ha fatto il giochino dell’infografica qui sopra, dove vedete riassunti passaggio per passaggio della produzione i costi di un paio di jeans del brand True Religion. Sono dei pantaloni piuttosto costosi, intorno ai 310$, non proprio per tutti.

Li vendono anche in Italia, e anche qui malgrado il cambio favorevole euro-dollaro non sono proprio a buon mercato. Fanno parte di quella sottilissima fascia di mercato di premium denim. Nell’articolo interessanti i dati sugli acquisti degli americani:

Gli Americani hanno speso dall’aprile 2010 all’aprile 2011 circa 13,8 miliardi di dollari in jeans, ma solo l’un per cento di questi appartiene alla categoria premium denim

Interessante anche scoprire come funzioni il ricarico finale per i rivenditori, che va da 2,2 a 2,6 volte in più rispetto al prezzo all’ingrosso. Ma come fanno a costare così tanto? Un po’ è perché sono prodotti in America, spiega Jeff Lubell, mente del progetto TR “Li potrei vendere a 40 dollari se li facessi in Cina”. Un prodotto fatto in America di quel tipo, deve costare almeno 200$ per garantire del profitto, spiega sempre Christina Binkley. Lubell ha scelto di delocalizzare solo in Messico, per giacche e giubbotti che vende intorno ai 375$ negli Stati Uniti “Se li facessi qui, dovrei venderli a 600 dollari al paio” conclude.

Via | WSJ

Cosa c’è dietro un paio di jeans da 300 dollari é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 10:45 di giovedì 07 luglio 2011.



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Debtocracy di Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou

Ecco la storia di un video autoprodotto con ottomila Euro di crowdfunding, e poi divenuto un vero e proprio documentario tradotto in più lingue dopo mezzo milione di views nella sola prima settimana in Grecia. Un documentario che i media nazionali si son guardati bene dal presentare all’opinione pubblica, nemmeno per una stroncatura. Come al solito, tutti ne hanno parlato tranne noi italiani, e ciò nonostante siamo anche noi uno dei paesi originari del PIGS (o PIIGS). La posizione non è in opposizione a quanto detto nei giorni scorsi per bocca di Spiegel: Debtocracy sostiene che il modello Eurozona è bacato alla radice, e che alcuni paesi rappresentano lo scendiletto di altri (leggi Grecia per la Germania). Leggete qui qualcosina sul Guardian e qui su Owni in inglese l’intervista esclusiva da cui abbiamo preso il quote che segue. Un approfondimento lo trovate in italiano qui su Liquida.

C’è chi dice che non siete equilibrati.

Non abbiamo mai voluto esserlo, dato che l’opposta visione delle cose ha già goduto di tutta l’attenzione dei media. Dicono che l’Ecuador e l’Argentina non sono un buon modello di paragone per quanto sta succedendo in Grecia, che non è veramente necessaria una Commissione indipendente che valuti se il paese è in posizione di schiavitù finanziaria, se un debito pubblico così grosso rappresenta un pericolo generalizzato o addirittura qualcosa di illegale.

Presseurop traduceva a questo proposito così:

Il direttore generale dell’Fmi, Dominique Strauss-Kahn, che si è presentato ai greci come il medico del paese, è paragonato al dittatore Georges Papadopoulos [primo ministro sotto il regime dei colonnelli dal 1967 al 1974]. Il parallelo è proposto fin dall’inizio del documentario, ma Strauss-Kahn non ha diritto ad alcuna replica. Alla domanda “Perché non far intervenire le persone prese di mira?” Katerina Kitidi risponde che è “una domanda che bisogna porre a molti media, che in questi ultimi tempi trasmettono un solo punto di vista sulla situazione. Noi volevamo offrire un altro approccio, che mancava da tempo”.

Debtocracy di Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 14:31 di venerdì 01 luglio 2011.



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Riforma sanitaria Usa: La Casa Bianca contro McKinsey

obama care mckinsey polemicheL’epocale riforma sanitaria portata avanti da Barack Obama negli Stati Uniti continua a trascinare polemiche. L’ultima in ordine cronologica mostra i violenti attacchi della Casa Bianca a una ricerca pubblicata da McKinsey che avrebbe commesso un grave errore diplomatico, più che metodologico: dire la propria verità, a chi non voleva sentirla.

Sta tutto in questa frase: “Democrats don’t like the results, and so McKinsey must pay with its reputation”, ai democratici non andavano bene, così McKinsey ha dovuto pagare con la sua credibilità e la sua reputazione. Leggo sul Wall Street Journal:

L’errore di McKinsey è stato quello di sondare 1300 società e scoprire nei dati che circa un terzo di questo “certamente” o “probabilmente” avrebbe smesso di pagare l’assicurazione ai propri dipendenti nel corso del 2014 (…) McKinsey ha prodotto questi dati nel corso di una normale ricerca di mercato

I democratici hanno immediatamente attaccato i “numeri” usciti dalla ricerca, insinuando che la ricerca fosse stata pilotata e che la metodologia fosse poco corretta…

Così questa settimana McKinsey ha mostrato i dati integrali, e la ricerca era stata rigorosa. Il campione era composto da una serie di rappresentanti di varie fasce imprenditoriali del Paese, e le domande che venivano loro poste erano imparziali

Ma non c’è nulla di meno sicuro dei numeri. Infatti la Casa Bianca ha ribattuto che quella di McKinsey non era un’analisi predittiva. Mentre gli studi del Congressional Budget Office sostengono che la riforma sanitaria non avrà effetti così influenti tra i datori di lavoro – e quindi sui lavoratori stessi.

La sintesi del pezzo uscito su WSJ – decisamente poco tenero con Obama e la sua riforma – si chiude così:

Il metodo dela Casa Bianca è quello di assalire anche gli analisti disinteressati come fossero disonesti e motivati dalla cattiva fede, e questa abitudine è particolarmente frequente verso le società che hanno qualcosa da perdere (…) il fatto che la Casa bianca si debba sentire in dovere di infangare il business di chi dice la verità sulla riforma ObamaCare mostra in chiarezza quanto distruttiva sia la riforma

Foto | Flickr

Riforma sanitaria Usa: La Casa Bianca contro McKinsey é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 12:56 di giovedì 23 giugno 2011.



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Buon debutto a Wall Street per Renren, il Facebook cinese


Facebook rimane lì in alto, oggetto del desiderio che non fa che aumentare il proprio valore – almeno in teoria o anche in pratica sui mercati secondari – in attesa dello sbarco in Borsa, previsto nel 2012. Intanto, però, un altro social network, il cinese Renren ha debuttato in Borsa con un’Ipo da 14 dollari per azione, che ha fruttato circa 743 milioni di dollari alla società: il valore complessivo di Renren quindi si aggira sui 7,5 miliardi in base ai corsi attuali, circa 100 volte il fatturato dell’anno scorso.

Nella prima giornata di contrattazioni a Wall Street il titolo ha preso il volo e ha guadagnato circa il 30%: un ottimo debutto per un social network che ha circa 160 milioni di utenti registrati, ma solo una trentina di milioni attivi. Rimane lontanissimo Facebook con i suoi 500 milioni di utenti.

L’andamento delle contrattazioni e il successo del collocamento in Borsa, comunque, lasciano ben sperare per le analoghe operazioni che riguarderanno nei prossimi mesi Linkedin e Facebook, su cui si concentrano aspettative molto elevate. Il momento quindi è favorevole e gli investitori sono pronti a premiare società di questo tipo, anche quando – come nel caso di Renren – non innovano davvero, ma si limitano a riproporre funzionalità offerte già da altri come i colossi statunitensi Facebook e Linkedin.

Il terremoto con lo tsunami in Giappone e poi la crisi nucleare e la guerra in Libia avevano in qualche modo messo in crisi i mercati e spaventato alcuni operatori, che avevano preferito rinviare nuovi collocamente e attendere un momento di maggiore tranquillità. Lo sbarco di Renren e il suo successo mostrano che adesso i mercati sono pronti a valorizzare le imprese innovative che vanno a caccia di capitali freschi in Borsa.

Chi punta a investire su queste nuove realtà può aspettarsi che – almeno nei primi tempi – le quotazioni saranno spumeggianti. Sul medio periodo, però, conteranno i risultati effettivi di bilancio e la capacità di far crescere il proprio business. Quindi alte opportunità, ma alti rischi.

Buon debutto a Wall Street per Renren, il Facebook cinese é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 10:03 di venerdì 06 maggio 2011.


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Crisi Grecia, UBS avverte: «Ristrutturerà il suo debito nel 2012»

crisi grecaIl “fallimento” della Grecia era un po’ sparito dalle prime pagine dei giornali: ma le cose non si erano affatto sistemate. Anzi: oggi su Linkiesta leggo di un report di UBS non particolarmente tranquillizzante.

L’ultimo report del colosso bancario elvetico UBS non lascia spazio all’ottimismo per il futuro di Atene. Nonostante le raccomandazioni alla calma del ministro delle Finanze George Papaconstantinou, il destino del Pireo è segnato. Il fallimento arriverà e la Grecia dovrà rinegoziare i suoi debiti. Per l’Eurozona potrebbero esserci perdite per almeno 155 miliardi di euro. Ma a preoccupare è il contagio che si scatenerà in seguito alla dichiarazione d’insolvenza.

Si mette molto male quindi per Papaconstantinou, ma soprattutto per i creditori del debito greco. Le cifre sono importanti…

Globalmente l’esposizione al crac è pari a 278 miliardi di euro. Tre gli istituti di credito più penalizzati dalla rinegoziazione delle obbligazioni. Per le tedesche Commerzbank e Postbank, più la belga Dexia, le posizioni aperte sul Pireo sono troppe. Ma anche per la Bce potrebbero esserci problemi. Nel portafoglio dell’Eurotower ci sono 50 miliardi di bond ellenici. Il premier George Papandreou minimizza, ma le tensioni degli investitori crescono ancora.

Per un quadro della situazione c’è questo pezzo di Massimo Mucchetti, editorialista delle pagine economiche del Corriere della Sera di qualche tempo fa:

Forse la Grecia riuscirà a evitare la crisi d’insolvenza e a smentire i mercati che dimostrano di temerla nel momento in cui alzano sempre più il premio al rischio sui titoli pubblici ellenici. Forse il salvataggio in extremis di Atene scongiurerà l’effetto domino sui paesi più deboli che, invece, il sistema bancario occidentale ha subìto a causa del crac Lehman. Forse. Resta il fatto che l’Europa sta già andando non a due ma a tre velocità

Crisi Grecia, UBS avverte: «Ristrutturerà il suo debito nel 2012» é stato pubblicato su Finanzablog.it alle 10:54 di venerdì 22 aprile 2011.


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